Ci sono film che si guardano, film che si ascoltano e film che, semplicemente, si imprimono sotto la pelle per non andarsene mai più. “Ennio”, il monumentale documentario firmato dal premio Oscar Giuseppe Tornatore, appartiene indiscutibilmente a quest’ultima, rarissima categoria. Non è soltanto un tributo cinematografico; è un atto d’amore lungo 150 minuti, un viaggio ipnotico e commovente dentro la mente, il cuore e il silenzio del più grande compositore del Novecento: Ennio Morricone.
Tornatore compie un miracolo narrativo: orchestra un’intervista intima e fluviale, raccolta poco prima della scomparsa del Maestro, alternandola ai volti di giganti della cultura mondiale – da Quentin Tarantino a Clint Eastwood, da Bruce Springsteen a Bernardo Bertolucci, fino a James Hetfield dei Metallica. Ma il vero protagonista resta lui, Ennio: seduto nel suo studio, circondato da pareti di spartiti, mentre muove le mani nell’aria per mimare un contrappunto, o mentre canticchia, con gli occhi lucidi, quel tema che ha cambiato per sempre la storia del cinema.
Dal trauma della tromba alla rivoluzione della musica assoluta
Il documentario scava nelle pieghe meno note della vita di Morricone, a partire da un trauma giovanile: l’obbligo, imposto dal padre trombettista, di studiare lo stesso strumento. Il giovane Ennio sognava di fare il medico, ma la rigida disciplina del Conservatorio di Santa Cecilia lo porta sotto l’ala di Goffredo Petrassi, il maestro che venererà per tutta la vita. Qui nasce il grande conflitto interiore che ha tormentato Morricone per decenni: lo scontro tra la “musica colta” (o assoluta) e la “musica applicata” alle immagini, inizialmente considerata dai puristi accademici come un’arte minore, quasi un compromesso commerciale.
È qui che l’articolo giornalistico deve farsi cronaca di una rivoluzione. Morricone non si è piegato al cinema: ha colonizzato il cinema con le avanguardie accademiche. Ha preso i rumori della vita quotidiana – il fischio di un treno, lo scacciapensieri, l’ululato di un coyote, lo sparo di una pistola – e li ha trasformati in sinfonia. Il sodalizio con Sergio Leone per la “Trilogia del Dollaro” non ha solo ridefinito il genere Western; ha ribaltato le regole d’ingaggio tra regista e compositore. La musica di Ennio non commentava le immagini: le precedeva, le creava, guidando l’obiettivo di Leone sul set.
L’eclettismo di un polistrumentista prestato al Pop
Tornatore ha il grande merito di non dimenticare l’Ennio arrangiatore della RCA degli anni Sessanta. Prima di essere il titano delle colonne sonore, Morricone è stato la mente dietro i più grandi successi della musica leggera italiana. È sua l’invenzione dell’arrangiamento di “Se telefonando” di Mina, con quella linea di fiati ispirata alle sirene della polizia di Marsiglia; sono sue le intuizioni dietro i successi di Gianni Morandi, Edoardo Vianello e Gino Paoli. Un polistrumentista totale, capace di scrivere per un quartetto d’archi d’avanguardia la mattina e di registrare un successo da spiaggia il pomeriggio, senza mai perdere un briciolo di dignità compositiva.
L’emozione tocca l’apice quando il film affronta i capolavori della maturità: le note struggenti di “Nuovo Cinema Paradiso”, l’epica malinconica di “C’era una volta in America”, la mistica spiritualità di “The Mission”, una partitura talmente perfetta che la sua mancata vittoria dell’Oscar nel 1987 viene ancora oggi ricordata come uno dei più clamorosi scandali dell’Academy (riparato solo trent’anni dopo con la statuetta per “The Hateful Eight” di Tarantino).
Una lezione di vita per chi ama e studia la musica
Per una realtà come l’Opificio Musicale, che fa della crescita interiore e della didattica i suoi pilastri fondanti, “Ennio” non è solo un film da vedere, ma una vera e propria lezione di vita da trasmettere agli allievi. Il documentario mostra la fatica, la disciplina ferrea, lo studio geometrico della teoria e la ricerca costante che si celano dietro l’ispirazione. Morricone non aspettava le muse: si svegliava all’alba, faceva ginnastica e scriveva sul pentagramma per ore, in silenzio, sentendo la musica risuonare unicamente nella sua testa prima che sul pianoforte.
Quando scorrono i titoli di coda, si ha la netta percezione che la musica di Morricone continuerà a viaggiare nel tempo, immortale e universale, proprio come le composizioni di Bach o Mozart. “Ennio” è un film necessario, una sinfonia visiva che ci ricorda che la grande musica non è solo un insieme di note, ma la voce più alta e cristallina della nostra anima.



